In uno dei testi più brillanti, corrosivi e originali della fine del secolo scorso Guido Ceronetti, ebbe a scrivere: “facce concentrate hanno tutti i calabresi. Sembrano, pur non pensando, una nazione di filosofi” (Un viaggio in Italia, 1983).

Ceronetti, si sa, è provocatore. E cinico. E sarcastico. Altrimenti detto: è estremamente sensibile. Sensibile al bello e al suo contrario, al giusto e al suo opposto e così via. E come tutti quelli della sua specie mette in risalto le contraddizioni perché sa coglierle, perché ne resta stupito ed egualmente indifferente, perché egli stesso è contraddittorio. Proprio come la Calabria che è un luogo di contraddizioni estreme, che vivono, a volte sopravvivono, intricate e persino rigogliose in non pochi casi.

E’ una terra estrema, in senso geografico e in senso culturale. Dove tutto è presente: la neve della Sila e le spiagge quasi tropicali, le lingue vive e le lingue quasi morte (albanese, grecanico, occitano), eppure gelosamente tenute in vita da comunità sopravvissute alla storia, le straordinarie vestigia di civiltà antiche e le deturpazioni prodotte da una equivoca interpretazione di modernità e si potrebbe continuare a lungo. Ma non ve n’è motivo. Perché è già chiaro anche così.

Solo che si pone una domanda: in un contesto tanto intricato come ci si orienta? Sembrerebbe facile: il bene ed il male, il bello e il brutto, il giusto e l’ingiusto sono là davanti, dovrebbe essere semplice scegliere. Eppure non lo è, non sempre e non ovunque e non in qualunque momento. Come in tutte le vicende umane. Però ci si può aiutare da soli o vicendevolmente. E l’aiuto, nello scegliere davanti a fatti intricati, viene prima di tutto dalla conoscenza, dalla consapevolezza, dalla curiosità e dalla ricerca. In sintesi viene dalla Cultura. E un buon modo per fare cultura, viverla, esercitarla è quello di cercarla, di produrla e di diffonderla.

Una fabbrica, anche una fabbrica di cultura, è un luogo di produzione. Ma per avere una fabbrica occorre un luogo, o più luoghi, dove mettere assieme le materie prime per costruire qualcosa di nuovo. E questo qualcosa di nuovo deve poi essere “venduto”, distribuito, reso fruibile. Ma per diventare tale deve essere “desiderato” o deve essere reso desiderabile, deve, cioé, crearsi un “mercato” oppure, se già c’è, ampliarlo renderlo più vivo e dinamico.

Ecco, in questo senso, parliamo di “Calabria, fabbrica di Cultura”. Nel senso che siamo convinti che questa terra abbia infinite materie prime e un “mercato” vasto che va ben oltre i suoi confini. Ma che dentro questi confini deve radicarsi e fiorire. La fabbrica, di cui questa manifestazione è una parte, ha cominciato a produrre e sta cercando, creando e trovando mercati e fruitori. Quelli che già conoscono la Cultura e quelli che la conoscono meno o la conoscono affatto. E’ una fabbrica che si muove, che incontra gli studenti, i curiosi, gli appassionati, che stimola gli indifferenti e che cerca di arrivare laddove e difficile arrivare.

Perché la convinzione che muove chi vuole fare “fabbrica” è una: che quello che produce è utile.

Ai filosofi che pensano e a quelli che sembrano filosofi che non pensano, ma possono farlo.