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Un’importante fetta di storia locale. Al Tf Leggere&Scrivere, in scena a Palazzo Gagliardi, si è parlato delle “Recenti acquisizioni archeologiche al Castello di Bivona”. L’evento, realizzato in collaborazione con l’associazione di archeologi “Mnemosyne”, si è aperto con l’introduzione di Fabrizio Sudano funzionario-archeologo della Soprintendenza archeologia belle arti e paesaggio per la Città Metropolitana di Reggio Calabria e la provincia di Vibo e Annagioia Gaglianò, nelle vesti di moderatrice.

In particolare, Sudano ha illustrato il progetto Parco archeologico urbano che, una volta concluso, renderà fruibili più parti della città: località Cofino, Parco delle Rimembranze, Area Sant’Aloe e Castello di Bivona: “Attualmente i lavori sono fermi per questioni amministrative dal momento che la ditta vincitrice della gara d’appalto è stata interessata da interdittiva antimafia e il Comune di Vibo Valentia ha dovuto necessariamente rescindere il contratto. Si spera – ha continuato Sudano – che i lavori possano ripartire al più presto”.

Le novità venute alla luce grazie alla prima fase dei lavori, sono state evidenziate dall’archeologa Mariangela Preta: “La prima fonte documentale, riferisce l’esistenza della struttura intorno al 1100. Un Castello cinto da mura e costruito da tre livelli”.

Un’area vitale, collocata in quella che oggi viene definita zona industriale di Porto Salvo: “Si affermò nel tempo come sito per la produzione della cannamele. Il prodotto veniva trasportato anche da Rosarno e da altre località calabresi e lì stoccato”. A differenza dell’epoca moderna, in passato l’intera struttura era connessa con il porto. Rappresentava lo scalo della Monteleone antica, conosciuto fin dai greci e dai romani: “Basti pensare -ha aggiunto – che il mare lambiva una parte del Castello e che lo stesso, nacque a difesa del porto”.

Gli scavi, fin dal principio, fecero emergere aspetti attinenti al modo di vivere delle antiche popolazioni, la loro alimentazione nonché le attività svolte: “In totale abbiamo raccolto 57 cassette di frammenti archeologici. Dall’indagine archeologica, inoltre, sappiamo cosa mangiavano: molluschi, tonno e carne di capra e cinghiale”.

Altro aspetto analizzato, il rapporto con il mare e la pesca. Una connessione indissolubile per la vita dentro e fuori dal Castello. Nel tempo, infatti,  l’area intorno alla struttura divenne malsana, a causa di insabbiamenti provocati dalla deviazione dei torrenti Sant’Anna e Trainiti, tanto da scatenare episodi di malaria: “Fu la fine per il sito che venne definitivamente abbandonato nella seconda metà del 1700”. Oggi si punta al recupero e alla valorizzazione, in virtù della rilevanza storico-culturale del sito per l’intero comprensorio vibonese.