Ha scritto pietre miliari della musica leggera italiana come Canzone o Poesia e L’immensità; oggi questo ragazzo di toscano di 78 anni ancora molto da dire. Don Backy ha recentemente inciso il cd Pianeta Donna (distribuito da Egea Music) e ha scritto il libro Io che miro il tondo (Edizioni Clichy). In qualità di scrittore, sarà ospite del Festival Leggere & Scrivere 2017 (giovedì 12 ottobre, ore 18): In attesa di averlo con noi, Don Backy ci ha concesso quest’intervista.

 

Perché un libro?Don Backy 1.jpg_br

«Ho scritto otto libri. Io che miro il tondo è stato scritto cinquant’anni fa per Feltrinelli. Edizioni Clichy me lo ha richiesto in una versione più moderna, con nuovi disegni, tutta da scoprire.»

 

Qual è la differenza che c’è tra scrivere un libro e una canzone?

«Il tempo! Per una canzone basta un quarto d’ora, per un libro ci vogliono mesi. Cambia, naturalmente, il rapporto con la parola: per me una canzone non può prescindere dalle metrica e dalla rima. Oggi questo modo di scrivere le canzoni si è perso.»

 

C’è una canzone che l’ha fatta soffrire perché non ne voleva sapere di uscire fuori?

«Sinceramente no. A me basta un incontro, una persona, una situazione: si accende la scintilla e tutto viene da sé.»

 

Qualche aneddoto su qualche sua canzone?

«Ho una notizia fresca da dare. Al mio paese, San Croce sull’Arno, la rotonda spartitraffico di prossima realizzazione sarà chiamata Don Backy-L’immensità!»

 

Lei è autore di canzoni, scrittore, è stato anche attore e pittore. Da dove nasce questa voglia di creatività?

«Dalle voglia di mettermi sempre in gioco e dalla curiosità. Sono curioso di natura e non mi arrendo se non riesco a misurarmi con nuove esperienze creative: è capitato con il cinema, la pittura, oltre che con la canzone.»

 

Parlando di creatività vengono in mente gli anni Sessanta, un decennio di rivoluzione in molti campi come la musica, l’arte, la moda. Perché erano meravigliosi gli anni Sessanta: cosa avevano di speciale?

«Noi ragazzi degli anni Sessanta uscivamo dalla guerra, abbiamo conosciuto povertà e miseria: questa è stata la molla che ci ha spinto a inventare, a esplorare. La voglia di fare degli anni Sessata era unica.»

 

Giorgio Trichilo