Un gradito ritorno al Festival Leggere&Scrivere, il critico musicale Stefano Zenni, presidente della Società Italiana di Musicologia Afroamericana ci ha regalato in quest’occasione una lezione sul rapporto tra musica e razzismo, etichette e stereotipi.

Alcuni generi musicali, come jazz e blues, hanno ricevuto dalla cultura afroamericana la loro impronta e lo swing che li caratterizza: tuttavia, è necessario superare l’idea di black music che associa determinati ritmi e sonorità a una specifica etnia o colore della pelle. Allo stesso modo, nonStefano Zenni è possibile associare i generi musicali a concetti stereotipati di identità.

Zenni ha preso le mosse dall’idea di razzismo, che si basa sulla paura del diverso e sull’idea che i gruppi umani siano biologicamente diversi fra di loro. Ha affermato: «Da questo presupposto nascono le pratiche politiche volte a sottomettere determinate etnie». Ed è proprio la conservazione del termine race nei documenti ufficiali e nella lingua comune, in particolar modo negli Stati Uniti, che impedisce di combattere il razzismo. In realtà, la differenza tra bianco e nero e l’idea di identità come entità fissa nascono da un desiderio di catalogare che crea opposizioni e conflitto. Zenni ci riporta gli esempi di artisti quali Big Mama Thornton o Herb Jeffries, le cui interpretazioni hanno spesso rispecchiato specifici stereotipi legati alla cultura black che non necessariamente scaturivano dalla individualità degli artisti.

Al contrario, la storia e l’arte sono sempre state caratterizzate da movimento e migrazione, a breve e lungo termine: ciascuno di noi è un continuum, e tutte le più grandi manifestazioni artistiche della civiltà sono il risultato di una mescolanza di culture. È il caso delle opere di George Gershwin o della Warner Bros, per fare solo alcuni nomi.

«Il jazz è di tutti: dobbiamo avere la capacità di andare oltre la superficie, superare le categorie e lottare per vedere la complessità delle cose».ha concluso Zenni.