Nella storia della cultura occidentale Prometeo è la figura mitologica che regalò agli uomini, rubandolo ad Atena,  lo scrigno nel quale erano riposte intelligenza e memoria.

Agli uomini fece dono, pagandone estreme conseguenze, anche del fuoco; ed è proprio alla scoperta del fuoco in tutte le sue implicazioni di simboliche e materiali che si fa risalire l’inizio della civiltà come la conosciamo.

Cucinare, lavorare col fuoco, significa , da un punto di vista simbolico, sottomettere la natura, rappresentata dagli ingredienti grezzi e ridurla in cultura (il piatto finito); esiste una relazione stretta tra il processo alchemico della cucina e quello altrettanto profondo della scrittura, senza scomodare l’Indovinello Veronese (metafora della scrittura come semina, e quindi primo intervento del lavoro che piega il flusso della natura); è una relazione che va molto al di là delle mode recenti che  hanno fatto della gastronomia un argomento di successo per la promozione di libri di ricette con testimonial più o meno famosi, programmi televisivi e addirittura canali tematici con cuochi e gourmet assurti al ruolo di pop star.

Il cibo è qualcosa di semanticamente molto stratificato: è un corpo estraneo e potenzialmente nocivo che introduciamo nel nostro corpo; l’alimentazione è una delle pratiche fondamentali rivolte alla cura di sé, caratterizzanti al pari della scelta di un abbigliamento o del sistema abitativo , e costituisce una fonte di piacere e anche un modo per rivendicare e sottolineare una identità sociale e culturale.

La condivisione del cibo è un atto di relazione che mette in comunicazione immediata culture diverse e non c’è bisogno di sottolineare le forti implicazioni nelle dinamiche sociali che il dono del cibo, come ponte gettato tra noi e l’altro, ha sempre avuto.

Il cibo, oltre a essere ponte tra individui e gruppi sociali è strumento che sottolinea distanze e differenze tra culture; è un modo per rafforzare le identità di gruppo e separare e distinguere il noi dagli altri: l’alimentazione  è attualmente uno dei più importanti markers e tra i più immediatamente riconoscibili, per delimitare barriere ideologiche, etniche , politiche e sociali; in sostanza per riconoscere le culture altre allo stesso modo in cui i monili e gli oggetti di uso comune che sono sopravvissuti al logorio del tempo ci raccontano le società passate molto meglio (e resistendo di più) di altre testimonianze artistiche e culturali apparentemente più alte.

Da argomento di cui non era lecito o elegante parlare a tema principe attraverso il quale esprimere una propria idea di mondo e esistenza, il cibo è anche prosaicamente una merce e uno status symbol attraverso il quale misuriamo il livello di globalizzazione della nostra società.

Le conseguenze della globalizzazione si riverberano con forza anche nel campo delle preferenze, delle tradizioni e delle abitudini alimentari e da un punto di vista socio-antropologico si distinguono quattro filoni principali di ricerca, variamente contrapposti e intrecciati (a seconda che insistano su un carattere o su un altro): il filone della genuinità, quello etnico, quello del fast –food e quello del biologico.

Per tutte queste implicazioni, oltre che per i più immediati appigli con la Letteratura (dal Convivio dantesco al Gargantua di Rabelais al Barry Lyndon di Thackeray, la lista è infinita) abbiamo pensato di dedicare una nuova sezione del festival al cibo “Nutri-Menti” come veicolo di identità culturale, cercando di affrontare il tema , nell’ampio ventaglio di suggestioni che offre, accompagnati da personalità non banali del mondo della cultura dell’alimentazione, dell’antropologia e della filosofia, consci del ruolo sempre più centrale che un argomento un tempo considerato triviale, come quello delle tradizioni alimentari,  ha nella comprensione della società contemporanea.

Il cibo come ulteriore grimaldello per scardinare le porte del senso della realtà sempre più complessa che ci circonda, tra tradizione, storia e trasformazione.